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Cinque spaghetti western indimenticabili non di Sergio Leone, la classifica

Incursione nel genere Spaghetti Western, ecco i miei cinque titoli preferiti: sono esclusi gli immortali "cult" di Sergio Leone.
5) Mannaja: film del 1977 diretto da Sergio Martino, è la storia di Merton, alias Mannaja, così chiamato perché oltre alle pistole usa piccole asce con grande abilità. Questa pellicola in realtà è considerata un film di "serie B", ma vi posso assicurare che il genere spaghetti western è vastissimo di titoli, la maggior parte dei quali molto modesti, non solo da un punto di vista tecnico. Mannaja è invece un film ben confezionato, certo non privo di difetti, in primis l'eccessiva lunghezza causata dalla dilatazione di alcune scene. Il protagonista è interpretato da Maurizio Merli, che un po' ricorda Fausto Nero e un po' Chuck Norris. Un personaggio che cade più di una volta per rialzarsi sempre. Duro a morire in sostanza. Il film inizia con una mano mozzata dall'ascia di Mannaja e finisce con un suggestivo duello stile "survivor games". Nel mezzo anche una scazzottata nel fango, elemento tipico del cult "Django". Due "cattivi" uno dei quali, Mc Gowen, interpretato da Philippe Leroy, fulminato da una celebre battuta di Mannaja. Un prepotente signore, ma in declino: nel film si vedrà durante una strage il suo sguardo triste, come se, osservando il violento Woller all'opera, il ricco provesse pentimento per una vita fatta di soprusi. Celebre scena, infine, quella che alterna le danze delle ballerine-prostitute alla strage della carovana compiuta da Woller e la sua banda.


4) Keoma: film del 1976 di Enzo Castellari. E' curioso che un discreto artigiano del cinema italiano - notiamo che alcuni western di Castellari sono molto simili alle pellicole "post-apocalisse" a cui si dedicò successivamente, tanta azione e poca sostanza - sia riuscito a realizzare uno spaghetti western così profondo nei contenuti. Ma il soggetto è di Luigi Montefiori, il mitico George Eastman. Keoma, interpretato magistralmente da un sublime Franco Nero, è un pistolero mezzo-sangue indiano. L'aspetto ricorda quello di Gesù Cristo: non so se la scena di Keoma legato alla ruota di un carro, come se fosse in croce, sia una scelta casuale dettata da questa somiglianza. ATTENZIONE SPOILER. La scena della crocifissione è una delle scene cult, assieme a quella di Keoma che assiste impotente alla morte del padre. Il clou del film di Castellari è rappresentato però dal finale. Il protagonista affronta i tre fratelli, mentre Lisa - salvata a inizio film da Keoma - si contorce dal dolore mentre dà alla luce il figlio e muore. Sconfitti i malvagi fratelli, Keoma abbandona il bambino nelle mani della morte e riparte a cavallo. La morte è rappresentata da una donna anziana che si muove su un carretto. A prima vista sembra un finale incomprensibile: Keoma, che lotta per la giustizia, abbandona un bambino nelle braccia della morte. Ma attenzione. La morte in Keoma è spettatrice, interviene dopo che l'uomo ha ucciso, per suo libero arbitrio. Keoma abbandona il bambino, perché il bambino ha la libertà ed è ciò che conta. E' un meraviglioso ossimoro: la vita e la morte insieme. Io ci leggo anche una metafora cinematografica: il bambino è la nuova epoca del cinema italiano che si sta aprendo, Keoma è lo spaghetti western che ci lascia, va lontano, ma rimarrà sempre nei nostri cuori.


3) Il grande silenzio: film del 1968 del grande Sergio Corbucci. Può sembrare riduttivo il terzo posto, ma una selezione dovevo e volevo farla. Due grandi attori: Jean Louis Tirignant alias Silenzio, pistolero muto e dallo sguardo perennemente triste. Klaus Kinski alias Tigrero, i cui modi apparentemente gentili e il cappello da prete nascondono invece uno spietato cacciatore di taglie. Un finale che mozza il fiato, ma memorabile l'inizio, con Silenzio che cavalca in un desolante e sterminato paesaggio innevato. Proprio così, niente deserto e polvere, ma una suggestiva ambientazione tra le montagne innevate (in realtà Cortina d'Ampezzo!). Apparentemente il duello tra Silenzio e Tigrero può sembrare la solita metafora del duello tra il bene e il male, ma non è così. Tigrero infatti è un bounty killer: uccide criminali, è un giustiziere. Poi che tra i banditi ci sia anche chi ha rubato per fame, è un dettaglio, benché non secondario. Silenzio è un mercenario, per quello che possiamo conoscere della vicenda. Il bene è casomai rappresentato dallo sceriffo, personaggio secondario. Ma proprio questo è l'elemento geniale: ne paese di confine in cui è ambientata la vicenda il bene non esiste, è un paese dimenticato da Dio.


2) I quattro dell'apocalisse: film del 1975 di Lucio Fulci. Chi mi conosce sa l'ammirazione che ho per il maestro. E questo western è dimostrazione del talento del sottovalutato regista romano. Un horror mascherato da spaghetti western: brutale, sporco, cupo e splatter. Non aspettatevi le solite sparatorie e i saloon. Ci sono torture, uno stupro, cannibalismo, allucinazioni da abuso di sostanze stupefacenti. I protagonisti sono un baro, una prostituta, un uomo con squilibri e un alcolista. Nessun pistolero infallibile, nessun eroe. Il cattivo, Chaco, è interpretato magistralmente da Thomas Milian. Gli scenari in cui si snoda la vicenda? Città fantasma, deserto, un cimitero. Il duello finale? Scordatevelo. "I quattro dell'apocalisse" è uno spaghetti western fuori dai canoni, impreziosito dalla colonna sonora di Vince Tempera (sontuosa come quella de "L'aldilà"). Non aggiungo altro, perché raccontare ulteriori dettagli rovinerebbe la sorpresa di chi non ha visto il film.


1) Django: film del 1966 di Sergio Corbucci. Franco Nero interpreta un personaggio che ha fatto la storia del cinema. Lo vediamo camminare nel fango, a inizio pellicola, senza cavallo e trascinando una bara, la divisa da nordista sudicia e sgualcita. Quando ho visto Django, ho pensato incredibilmente a Ken il Guerriero. Perché Django massacra centinaia di uomini senza alcuna esitazione. E' un reduce di guerra che ha perso l'amore (come Ken perse Julia) e che non sembra avere motivi per vivere, se non quello apparente di mettere le mani sull'oro. E come Ken Shiro, nonostante le ferite e le menomazioni, ha la forza di piegare i suoi nemici nel duello finale. Le vicende di Django si intrecciano con quelle di rivoluzionari messicani e gli uomini del maggiore Jackson, una setta razzista e spietata. Anche i personaggi minori sono ben caratterizzati. In definitiva per l'epoca Django è un film particolarmente violento, con un paio di scene splatter. Ancora oggi è un film culto che, come i capolavori di Sergio Leone, ha saputo riproporre l'epopea del western nella sua versione più sporca e meno idealista.

Commenti

  1. Grandi film, ma manca il mio preferito: Vamos a matar companeros.
    Però vedo che ti piace Keoma e allora ok. Ottima l'interpretazione che dai al finale! Non ci avevo pensato: il crepuscolo dello spaghetti-western!

    Moz-

    RispondiElimina
  2. Vamos a matar companeros è praticamente al sesto posto della mia classifica, ahah! C'è Franco Nero, c'è Milian...Il finale poi è veramente carismatico!

    Sergio Corbucci ci sapeva fare, eccome.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Decisamente!
      Poi amo l'inizio, che lascia presagire che quella sia la scena finale, il duello finale... e invece c'è ancora tutta una mezzora di film da guardare, dopo^^

      Moz-

      Elimina

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