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Prosopagnosia, la prigionia e la guerra tra i miei 'io'

Riflessioni personali, sulla mia vita, ascoltando 'Prisoner 709', l'ultimo disco di Caparezza. Parte seconda.


Dove eravamo rimasti? Se non ricordate, rileggete qui.

Il paese dei balocchi è apparenza, meravigliosa apparenza. Non sono stato eccezione alla regola. Ballavo in mezzo alla pista, ma era così diverso dal mettersi in un angolino appartato a fare tappezzeria? No, la risposta.

Con il passare del tempo, mi sono reso conto che le cose erano cambiate solo in apparenza. Una meravigliosa apparenza. Sono così tornate le cene in cui ero metaforicamente sulla superficie della cucina, come in quel cenone di Capodanno, lontano dal tavolo della festa.

Tutto sommato non era quello il problema, alla fine ero abituato a situazioni così.

Anche un'altra magia si era spezzata: la mia voce era entrata nella quotidianità di molte persone, ma oramai era subentrato l'effetto abitudine, per tutti.

Il problema è che sono rimasto ingabbiato nel mio ruolo.

In parte per colpa mia, perché le responsabilità bisogna saperle affrontare. Mi sono quindi creato delle gabbie mentali dalle quali non riuscivo a uscire. Non sono mancati però i famigerati fattori esterni. Quella stessa persona che mi aveva definito 'sburone', ha attaccato duramente il mio ruolo. Non ero più le voce che entrava nelle case e nelle automobili, ma l'occhio che spiava, che troppo vedeva e sapeva. Allora sì, prosopagnosia. Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo più. Capelli e barba che iniziavano a diventare bianchi. E' iniziato un periodo in cui il mio svago era ridotto allo zero. Non trovavo stimoli nel fare nulla, se non il lavoro. Non volevo vedere persone. Mi risentivo a disagio, benché da un'altra prospettiva. Anni prima i miei occhi non volevano incrociare quelli degli altri; ora erano quelli degli altri che potevano aver paura dei miei.

Dalla gabbia a un altro fenomeno: la scissione di me stesso, con il 'professionista' che ha finito per oscurare la persona, per ingabbiarla. L'ha però ingabbiata per proteggerla. Perché quella persona poteva essere odiata, disprezzata. L'invisibilità e l'indifferenza non sono così negative. Il disprezzo sì e io non volevo essere disprezzato. 'Il professionista' invece veniva attaccato spesso, anche per futili motivi, ma che importava, la persona era al sicuro. Anche se non esisteva più. D'altra parte il telefono suonava sempre per il 'professionista', quasi mai per la persona.

Ho detto quasi mai, perché c'è chi ha sacrificato se stessa, che ha sacrificato tanto tempo della sua vita nel tentativo di ricongiungere il professionista alla persona e di farla risplendere.

Le sbarre della gabbia erano però troppo solide.

Commenti

  1. Mi piacciono queste riflessioni. Ho letto anche la precedente. Ci leggo però un certo senso di colpa che non capisco. L'equilibrio fra il professionista e la persona non è semplice, le due cose si mischiano o si fondono, dipende un po' dal lavoro. Rendersi conto che è necessario fare un passo indietro, per sé, può essere utile ma chi ha detto che se il lavoro mi rende felice, non posso essere quel lavoratore?

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    1. Grazie Pier, mi fa piacere e mi fanno piacere le tue riflessioni a commento. In effetti la storia 'va avanti' e ovviamente non so come finirà: nel senso che non so dove sarò tra dieci anni e come sarò ridotto :D.

      Il problema è quasi sicuramente il lavoro in sé: il lavoro più bello del mondo, che tutti vorrebbero fare. Ma quando poi si è dentro, ci sono le problematiche (come tutti i lavori e qui ci siamo), ma soprattutto si attivano meccanismi 'perversi', che spesso è difficile arrestare.

      Sul senso di colpa: ammetto che qualcuno potrebbe dire che è una comoda scusa per difendermi da insuccessi e difficoltà. Ma io cerco di essere sincero e di affrontare le cose da un punto di vista più oggettivo possibile: questo è il risultato.

      Entrando nello specifico, trovarsi a una pizzata e sentirsi attaccato per un'ora perché per lavoro gestisci un sacco di dati sensibili (con tutte le regole da rispettare, ovviamente, anche se l'apparato sanzionatorio è quasi inesistente), è stata cosa molto sgradevole, ma non posso negare che il discorso, in fondo, non era totalmente illogico.

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  2. Mettici una croce sopra, golgota ;-) Continuo a seguirti in queste tue riflessioni, mi piace questa serie di post a flusso di coscienza. Cheers

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    1. Grazie mille :) arriveranno delle altre, sempre seguendo (alcune) tracce del disco di Capa. Certo che chi lo ha ascoltato, è avvantaggiato :D

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    2. Visto che me lo hai chiesto ci tengo a risponderti, quindi sappilo SPOILER sul finale di Rat-Man!!
      Spero che tra i tuoi lettori non ci siano fan del fumetto

      SPOILER! SPOILER! SPOILER!


      Ratty e soci riescono a sconfiggere l’ombra che li ha avvolti confessando ognuno una verità mai dichiarata (immaginati gli effetti comici), ogni verità porta la luce necessaria a distruggere l’ombra. Salto in avanti sono passati anni, Rat-Man e Cinzia vanno insieme all’altare (!!) ma in realtà i sposano rispettivamente con Aida e con Brakko.

      Nell’ultima scena Rat-Man e sua figlia Theà, in costume da Rat-Girl per l’ultima volta (ma la prima insieme) flettono i muscoli e sono nel vuoto. Ultimissima pagina, il vecchio macchinario dei cloni di Rat-Man viene riattivato con un conto alla rovescia da una mano misteriosa, tick tick tick.

      FINE SPOILER! FINE SPOILER!


      Ok ora sai tutto, se qualcuno dei tuoi lettori vuole uccidermi coprimi, di che sono scappato a Cuba ;-) Cheers

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  3. Sai che una volta, anni fa, per gioco scrissi una cosa analoga e come te usai la metafora della gabbia.
    All'epoca dissi che le sbarre non c'erano più, ma solo in apparenza: era la nuova gabbia ad essere più grande.
    Oggi non saprei cosa dirti, vedo sbarre attorno a me come fossero solo semplici impicci sparsi per la stanza.

    Ma veniamo a te: il cenone di capodanno, giuro, io avrei dato fuoco a tutto, a partire da alcune puttanelle.
    Sono d'accordo sul fatto che ognuno di noi ha la sua dose di "colpe", o di responsabilità che dir si voglia.
    Come te, anche io spesso ingabbiato in schemi mentali che purtroppo mi han portato a non afferrare molte occasioni.
    Oggi sto cambiando, e qualsiasi cosa accada, non mi faccio più problemi.

    Moz-

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    1. Ovviamente la metafora della gabbia l'ho rubata, facendo il parallelismo, proprio con Capa :). E' una bella sfida quel cambiamento, spero di riuscirci anche io, prima o poi :)

      Comunque sei drastico..a usare il fuoco :D

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    2. Hai ragione, prima le torture poi il fuoco purificatore^^

      Moz-

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  4. Minchia Riky, come sei profondo... mi sento a disagio a scriverti, essendo il re del cazzeggio!
    Ripasso domani, magari con più lucidità (sai che bevo tanta birra, soprattutto oggi che c'era la mia Roma) avrò qualcosa di interessante da scrivere...

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    1. Ma va, magari sei molto più lucido tu dopo aver bevuto birra! Ricordati cosa diceva De André: "E mai che mi sia venuto in mente di essere molto più ubriaco di voi".

      Tranquillo io sono Gemelli: Cazzeggio e flagellamento interiore convivono nella stessa persona :D.

      Cmq domenica c'è Milan Roma, ci sarà da divertirsi

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    2. L'alcol mi aiuta a scrivere con più scioltezza, non c'è niente di meglio che un sorso di birra e per poi buttare giù una frase, di nuovo sorso e frase, fino alla fine dell'articolo, però non bisogna esagerare, altrimenti poi si intrecciata la vista e non prendi più i tasti 😁
      Grande citazione!

      Per la partita facciamo una diretta live ahah no no, preferisco concentrarmi sulle bestemmie che con la squadra che tifo, non mancano mai... disgrazieti, come direbbe Banfi!

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    3. La mia gabbia è il lavoro, che odio! Mi ero deciso a lasciarlo per Vivere (vu maiuscola non per errore), anche alla giornata, uscendo dalla monotona quotidianità. L'esperienza mi ha fatto cambiare totalmente mentalità, da capitalista convinto (ho avviato società, sono caduto, mi sono rialzato, sono caduto di nuovo e mi sono ri-rialzato ma ora), seppure giovanissimo (per l'imprenditoria self made, altrimenti tra i figli di papà sono già anziano, quelli cominciano ruoli alti già a 20anni) mi sono rotto le palle e abbraccio una filosofia hippy, da un lato all'altro in pratica.
      Purtroppo alla fine mi hanno fatto una proposta (economica) che non potevo rifiutare e sono rimasto schiavo del lavoro, da brava puttanella mi sono fatto comprare.
      Ultimamente ho rivisto Friends e mi sono identificato molto in Chandler, per la sua situazione lavorativa.

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    4. Lavorativamente parlando, hai avuto il tuo bel daffare. Credo comunque il lavoro sia una gabbia un po' per tutti: è difficile trovare una persona felice al 100% e con il guadagno corrispondente alle attese (anche se un lauto guadagno compensa eventuali problemi sul lavoro). L'imprenditore self made ha il vantaggio di gestire lui la sua vita professionale, con il rischio però di dover lavorare 18 ore al giorno o il rischio di avere periodi in cui non lavora e non guadagna, non avendo compenso fisso.

      Comunque non sei una puttanella: sei uno che deve campare :D, come tutti noi, quindi hai fatto benissimo 'a farti comprare'.

      Direi che il milanista è quello che in questi ultimi tempi è in sofferenza davanti allo schermo :D

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    5. Intendevo self made man, l'uomo che si è fatto partendo da zero, senza nepotismo. Alla fine anche l'imprenditore che ha ereditato la società non ha orari.
      Comunque dal primo gennaio 2016 sono un comune libero professionista, con la fine del 2015 ho chiuso l'ultima società. Lavoro la metà e di conseguenza vivo il doppio.

      Per il Milan ti sono vicino, è una squadra che simpatizzo fin da piccolo dato che mio nonno era milanista, come mia madre e il fratello.

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    6. pensa che io ho il babbo romanista :D pur non avendo alcun legame con Roma (colpa di un amico di gioventù, con parenti romani e romanista).

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    7. Grandissimo! Mi sta simpatico 😀

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