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Film: Il mostro, Johnny Dorelli da applausi nei panni del cronista senza scrupoli

Film del 1977 di Luigi Zampa, un thriller che regala notevoli spunti di discussione etici e morali, ancor oggi molto attuali
Un'invettiva contro i falsi moralismi, un litigio acceso con una signora, un gesto di sfregio verso la macchina di lusso parcheggiata davanti alla propria vettura e un parcheggiatore "fregato". Si presenta così agli spettatori Valerio Barigozzi, il giornalista interpretato da Johnny Dorelli ne "Il mostro". Un personaggio non malvagio, ma sostanzialmente negativo. E non perché sia "un fallito", come spiegato dall'ormai ex moglie Anna, o un mediocre. Barigozzi è l'unica persona a cui un misterioso killer, che si autoproclama "Il mostro", annuncia i propri delitti. E gli permette quindi di realizzare gli scoop che fanno decollare la sua carriera. Il cronista, incurante delle possibili conseguenze, vede la Polizia come un ostacolo. Non si cura delle indagini. Divenuto un uomo senza scrupoli, sfrutta con cinismo questo rapporto con il killer, che però alla fine avrà pesantissimi conseguenze, che lui pagherà in prima persona. E sarà espiazione: Barigozzi capirà di aver venduto la propria anima al diavolo, un pentimento che gli farà cadere l'aura di personaggio negativo. Johnny Dorelli interpreta magistralmente Barigozzi, trasmette magistralmente il senso di frustrazione per una vita e un lavoro che non gli dà soddisfazioni e garanzie; in seguito, in un crescendo, ci immedesimiamo nella sua esaltazione per la situazione che lo vede protagonista, fino alla caduta finale. Ma tutto il cast spicca, con una menzione per Yves Beneyton, nei panni di Giorgio Mesca, il figlio del direttore del giornale, un personaggio negativo a tutti gli effetti: il film raggiunge un picco elevato nel momento in cui il Mesca parla impassibile con Barigozzi davanti al cadavere del padre, ucciso dal killer. E il cinismo del cronista cresce sempre di più, spinto e alimentato da quello del suo giovane datore di lavoro. I cui interessi economici sono ovviamente superiori.


"Il mostro" non è così solo un buon thriller che cura in modo ottimale la psicologia dei personaggi, ma anche uno spaccato della società italiana. Così negli anni '70, così oggi, partendo dalla stampa che sfrutta le disgrazie, le pietà umane, il sangue versato. Un mondo cinico che però non è altro che il riflesso di quella stessa società, di quel popolo di lettori a cui si rivolge, che allo stesso tempo provano paura del killer, ma anche infinita curiosità. Lettori che bramano sangue e che sfogano i propri istinti nella lettura e nel commento "da bar". Ma non solo. Il declino morale è rappresentato anche da altri speculatori. La ditta del rossetto, che incrementa vendite e guadagni, sfruttando l'immagine del mostro come traino pubblicitario. E il pubblico morboso che fa la corsa per accaparrarsi il rossetto del killer.


In sostanza si potrebbe rigirare lo stesso film, ambientandolo nel 2017. Sarebbe attualissimo. E ugualmente efficace.

SPOILER


Arrivati a un punto del film, si sospetta di due individui. Il 16enne figlio di Barigozzi, essendo un dato di fatto che gli omicidi permettano al padre di fare quei soldi con cui provvedere al proprio sostentamento e a quello del figlio, portandolo via dalla madre, un altro personaggio altamente negativo, in quanto pensa solo al proprio amante (o amanti...), incurante di avere un ragazzo adolescente da crescere e seguire. Secondo sospettato è Giorgio Mesca, il nuovo direttore del giornale. Arrivati all'arresto di Barigozzi, i sospetti si fanno più forti su quest'ultimo, non solo per il dettaglio (non insignificante) dell'altezza. L'ipotesi è che Barigozzi sia solo la pedina "sacrificata" da Mesca per avere i suoi scoop e garantire vendite record al giornale. Alla fine però il killer è Barigozzi Junior. E non ritengo affatto improbabile che ciò possa avvenire anche in realtà. Il primo omicidio è quello di un attore non giovanissimo (quindi non particolarmente reattivo..), colpito con la scusa di un autografo. Il primo omicidio fa accrescere la sicurezza del killer, che con la stessa scusa colpisce a danno del portiere. Infine l'uccisione di Dina, sorpresa perché non poteva immaginare che la persona a cui apriva la porta di casa - il figlio dell'amante - potesse ucciderla a bruciapelo. Ora, è curioso vedere che i rapporti tra killer e giornalista sono ancora più elaborati: il killer agisce per confermare le supposizioni che il cronista fa negli articoli. Ma quello che mi ha veramente colpito è il tifo incoscio che ho provato per padre e figlio, anche dopo l'uccisione di Anna da parte della Polizia, altra pedina inconsapevole del diabolico piano ideato da Barigozzi Jr. Ma a ricordarci che i due personaggi non sono buoni e che la loro non è una vittoria, l'inaspettato finale. Barigozzi si "consegna" al figlio, pronto ad essere ucciso. "Ho creato un mostro", è l'amara constatazione del personaggio interpretato da Dorelli. Ora che il mostro aveva raggiunto il proprio obiettivo - eliminare la madre, stare con il padre dopo averlo fatto diventare un giornalista ricco e famoso - arriva ad uccidere il proprio padre. Perché mai? Semplice, la violenza fa entrare in un tunnel da cui non si esce. Non esiste una violenza buona, qualunque sia lo scopo di essa. Un messaggio finale di condanna che ci fa alzare dalla sedia ed applaudire. Con un rammarico: la colonna sonora di Ennio Morricone non è purtroppo all'altezza del film e del suo emozionante finale.

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