Il pescatore, due piani di lettura validi del capolavoro di Fabrizio De André


Il 18 febbraio del 1940 nasceva Fabrizio De Andrè, il più grande cantautore. Uno dei suoi pezzi più celebri è "Il Pescatore", brano di una profondità estrema.




"Il Pescatore" è uno dei pezzi più celebri di Fabrizio De Andrè. Lo conosce chiunque, anche chi nella playlist dell'mp3 ha Emma, Marco Mengoni e Katy Perry. E' così conosciuto che sul web è facile imbattersi in ardite interpretazioni del testo della canzone. "Ah il pescatore è un vecchio che una volta era un assassino e rivive la sua vita prima di morire", "Ah il pescatore viene ucciso dall'assassino, per questo non parla ai gendarmi" (AHAHHAAHAH): vi cito queste tra le tante, mentre giustamente i siti che le propongono mi ricordano che devo disattivare l'Adblock, perché si sa, una così bella interpretazione merita tanti click e tanti incassi.




Nel mio piccolo, da profondo conoscitore delle canzoni, ma soprattutto della poetica di De Andrè, volevo offrire la mia interpretazione de "Il Pescatore". Che è una canzone che ha un DUPLICE significato, come tante altre del poeta genovese.


Il primo significato: l'assassino incontra il pescatore sulla spiaggia. Notate bene i versi: "Venne alla spiaggia un assassino -
due occhi grandi da bambino - due occhi enormi di paura - eran gli specchi di un'avventura". Da qui si legge che l'assassino è tale per circostanza. L'assassino ha gli occhi spaventati, come quelli di un bambino. Negli occhi ha ancora impresso i fatti che l'hanno portato a uccidere. Possiamo pensare benissimo che sia un "Miché" che si sia ribellato alla prepotenza di un signore e che lo abbia ucciso, magari per difendere la propria amata. Il pescatore sembra comprendere questo, dà del pane e del vino al suo interlocutore e lo lascia scappare.


Benissimo, ma andiamo in profondità. Gesù Cristo è il pescatore. Si presentava come pescatore degli uomini. Vino e pane sono un evidente rimando all'eucarestia. De Andrè apprezzava particolarmente la figura del Messia, che considerava il più grande rivoluzionario della storia. E "Il pescatore" anticipa il tema portata del capolavoro "Il testamento di Tito". Il perdono e la misericordia divina. Ora non ci importa sapere se effettivamente l'assassino ha ucciso per difesa, perché costretto. Se è diventato un assassino dopo aver subito torti e soprusi. Se è sempre stata una persona crudele. Ciò che rileva è che i suoi occhi sono uno specchio di "un'avventura", che in questo caso diventa l'emblema della vita intera. Gesù Cristo può leggere nei nostri occhi, vedere che cosa abbiamo fatto. E legge nella nostra anima. Gesù Cristo spezza il pane e dà il vino all'assassino, perché sono i peccatori, soprattutto quelli gravi, ad aver bisogno del corpo di Cristo, dell'intervento della misericordia divina. Così ne "Il testamento di Tito": il ladrone rivive la propria vita davanti al Salvatore, che ne perdona i gravi peccati (ha violato tutti i dieci comandamenti!) e lo porta con sé in Paradiso, nell'ultimo viaggio.


E perché Gesù non risponde ai gendarmi? Non interfierisce nella giustizia umana. Gesù Cristo non può aiutare i gendarmi a catturare l'assassino. Gesù non aiuta l'assassino. Avrebbe potuto benissimo indicare ai gendarmi la parte opposta di quella in cui era andato l'assassino.


Ciò che conta, per Gesù Cristo, è aver salvato un'anima.




Questa è l'essenza de "Il pescatore". Non insegna l'omertà, come affermò A., una mia insegnante delle scuole Elementari, contestando la proposta di mia madre di far cantare ai bambini "Il pescatore" durante una recita natalizia. "Il pescatore" racconta l'essenza del Cristianesimo. Grazie Faber (e grazie mamma).

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